Strage di via D’Amelio, non solo Cosa Nostra dietro la morte di Borsellino: “L’agenda rossa rubata non da mafiosi”

Paolo Borsellino

Le motivazioni della sentenza sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio mettono nero su bianco le considerazioni degli inquirenti su quanto accaduto a Palermo nel luglio del 1992. “L’istruttoria dibattimentale ha consentito di apprezzare una serie di elementi utili a dare concretezza alla tesi della partecipazione (morale e materiale) alla strage di Via D’Amelio di altri soggetti (diversi da Cosa nostra) e/o di gruppi di potere interessati all’eliminazione di Paolo Borsellino“, scrivono i giudici del tribunale di Caltanissetta. Al centro la sparizione dell’ormai famosa agenda rossa del giudice, mai più ritrovata dopo la tragico esplosione. “Può ritenersi certo che la sparizione dell’agenda rossa non è riconducibile ad una attività materiale di Cosa nostra”, recita il documento.

Strage di via D’Amelio, una tempistica “anomala”

A dimostrare l’ingerenza di terzi soggetti, per i giudici, ci sarebbe l’anomala tempistica della strage di via D’Amelio. L’omicidio di Borsellino e degli agenti della scorta avvenne, infatti, a soli 57 giorni dalla strage di Capaci.

“Non è aleatorio sostenere – si legge nella sentenza – che la tempistica della strage di Via D’Amelio rappresenta un elemento di anomalia rispetto al tradizionale contegno di Cosa nostra volto, di regola, a diluire nel tempo le sue azioni delittuose nel caso di bersagli istituzionali (soprattutto nel caso di magistrati) e ciò nella logica di frenare l’attività di reazione delle istituzioni”.

Il mistero dell’agenda rossa di Paolo Borsellino

Un altro elemento chiave, come si accennava, è il furto dell’agenda rossa di Borsellino. “A meno di non ipotizzare scenari inverosimili di appartenenti a Cosa nostra che si aggirano in mezzo a decine di esponenti delle forze dell’ordine – scrivono i giudici – può ritenersi certo che la sparizione dell’agenda rossa non è riconducibile a una attività materiale di Cosa nostra“.

Dal furto dell’agenda, insomma, per i giudici si ricavano due dettagli fondamentali. “In primo luogo, l’appartenenza istituzionale di chi ebbe a sottrarre materialmente l’agenda– si legge -. Gli elementi in campo non consentono l’esatta individuazione della persona fisica che procedette all’asportazione dell’agenda, ma è indubbio che può essersi trattato solo di chi, per funzioni ricoperte, poteva intervenire indisturbato in quel determinato contesto spazio-temporale e, per conoscenze pregresse sapeva cosa era necessario o opportuno sottrarre”.

“In secondo luogo, un intervento così invasivo, tempestivo (e purtroppo efficace) nell’eliminazione di un elemento probatorio così importante per ricostruire – non oggi, ma già 1992 – il movente dell’eccidio di Via D’Amelio certifica la necessità per soggetti esterni a Cosa nostra di intervenire per alterare il quadro delle investigazioni, evitando che si potesse indagare efficacemente sulle matrici non mafiose della strage (che si aggiungono a quella mafiosa) e, in ultima analisi, di svelare il loro coinvolgimento nella strage di Via D’Amelio”.

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