La lettera di un docente palermitano: “La protesta è finita, lavoratori messi a tacere dalle lobby”

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Riceviamo e pubblichiamo una lettera da un docente di scuola superiore su quanto accaduto nelle ultime settimane in Italia, soprattutto al Sud.

“La protesta è finita. La protesta che in tutta Europa ha portato i giovani in piazza contro il caro vita ha investito, per trascinamento, anche l’Italia. Manifestazioni, cortei, sit-in, scuole occupate: tutto in piena regola. Ma adesso, almeno nel sud Italia, è finita.È finita perché i veri lavoratori, autotrasportatori, agricoltori e piccole partite Iva, che all’inizio avevano creduto di essere ascoltati, sono stati messi a tacere dalle solite due lobby”.

“Da una parte c’è il governo, che con i suoi ddl sicurezza comprime il diritto costituzionale a manifestare: il sequestro dei mezzi come minaccia, pene più severe per chi sceglie di scendere in piazza. Protestare non è più un diritto, è un rischio.Dall’altra ci sono le organizzazioni sindacali, che di fatto hanno tolto la parola ai lavoratori. Hanno trattato al ribasso le richieste della base e hanno portato a casa, in cambio di un diritto negato, una mancia. E si sono presi la piazza, monopolizzandone i contenuti.Nei primi giorni sentivamo le grida e vedevamo le lacrime di chi non riusciva più a immaginare un futuro per sé e per la propria famiglia. Poi, giorno dopo giorno, a quei contenuti si sono affiancati i titoli della politica: “Palestina libera”, “No al riarmo”, “poliziotti servi” e così via. Temi che meritano un dibattito, ma che non erano quelli per cui quelle persone avevano lasciato i campi, i camion e le botteghe.Così le lacrime di Massimo, la disperazione di Antonio, gli agricoltori calabresi che ci avevano commosso e, come uno schiaffo in pieno viso, ci avevano aperto gli occhi, hanno lasciato spazio alle urla dei sindacalisti, che in tutti questi anni le corde vocali le avevano conservate benissimo. Le tende e le cucine da campo, simbolo dei primi giorni, hanno lasciato il posto a camion addobbati di casse ad altissimo volume. Dove c’era la fatica di chi resisteva restano slogan, bandiere e decibel.Nella speranza di essere smentito, nei prossimi giorni vedremo manifestazioni sempre meno frequenti, con sempre più bandiere e sempre meno lacrime e disperazione. Lacrime e disperazione saranno recluse di nuovo tra le mura delle proprie case, nella desolazione dei campi incolti.La protesta è finita non perché i problemi siano stati risolti, ma perché chi li viveva sulla propria pelle non ha più voce. E finché a parlare per loro ci saranno altri, quelle lacrime resteranno senza risposta.Cari italiani, facciamocene una ragione: noi non siamo francesi, non siamo serbi o spagnoli o albanesi, noi siamo quelli che all’ultimo rintocco di una guerra rinneghiamo gli alleati per vincere sempre e comunque. Non abbiamo una coscienza di popolo. Abbiamo abbandonato la lotta di classe, sostituendola progressivamente con la lotta di comparto, fino ad arrivare oggi a lottare per il singolo. L’Italia si è ROTTA, Palermo si è ROTTA ed abbiamo abdicato ancora una volta all’idea di un risanamento del patto sociale. Cari italiani, noi non siamo uno Stato di 60 milioni di abitanti. Siamo 60 milioni di Stati”.

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