Il mito del vecchietto di Mondello, tra liquirizia ed Eva Kant

Il suo negozio era la panchina di fronte al bar Lido. È stato il rito estivo di intere generazioni di ragazzini

Il suo nome è leggenda. Anzi il suo soprannome, perché per quanto riguarda intere generazioni di ragazzini palermitani avrebbe potuto persino non avere un nome.

Per tutti era il vecchietto, un uomo senza età che dimostrava ben più dei cinquant’anni che verosimilmente aveva alla metà degli anni ’60. Il vecchietto è stato il nostro parco giochi, un vero e proprio animatore di quelle infinite estati a Mondello. Se lo zio Pippo era il volto istituzionale e aveva nel centro radio della Italo Belga il suo covo, il nostro pirata aveva aperto l’ ufficio (diciamo così) nella panchina che guardava il bar Lido, di fronte a quei cortili che ospitavano le cabine più ambite. Alzava la sua saracinesca a cielo aperto alle 10 in punto. Dieci minuti prima però lo trovavi già a posteggiare accanto ad un albero la sua Mv Augusta di un rosso a cui la ruggine conferiva una tonalità opaca. Il retro di quella moto reggeva grazie a due cordoni ereditati da chissà quale barca da pesca la valigia delle meraviglie. 


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Questo scrigno, antico più di lui e della sua moto già allora ultra ventenne, riusciva per grazia ricevuta a ospitare ogni tipo di caramella, dalle gommose alle rondelle di liquirizia. E poi giocattoli da spiaggia, bocce e piattelli, pistole ad acqua e biglie di vetro, oltre alle immancabili palline dei ciclisti che rimandavano a eroi dai nomi sconosciuti. Perché Mercks e Gimondi, Motta, Adorni e Bitossi erano le eccezioni. Tu giocavi anche con Santabrogio, Toselli e Balmamion che nelle nostre fare vincevano più tappe di Anquetil e Rudy Altig, i più esotici dei big d’oltralpe. Le piste, manco a dirlo, erano il perimetro di quelle piattaforme coperte che riparavano dal sole il centro del cortile. E si facevano trascinando per le caviglie il più piccolo della comitiva, culo sulla sabbia rovente e peggio per te che volevi giocare con i più grandi. Ritorniamo al vecchietto, bestemmiatore fantasioso quando qualcuno osava toccare la sua merce. Ma di colpo nonnino affettuoso se qualche piccoletto frignava reclamando l’attenzione della madre verso quel giochino che era il più bello del mondo e non una cazzatella, termine con cui di sovente i genitori mortificano le aspettative dei figli. Di lato alla valigia, uscita da chissà dove, c’era merce, diciamo così, culturale. Topolino e Cocco Bill per i più piccoli, Diabolik, Kriminal e Satanik per gli amanti del noir de noantri (anche se Eva Kant ispirava anche altro…), Tex per gli adolescenti cresciuti con il mito del West, Alan Ford per chi amava il cazzeggio sin dalla più tenera età.

(Clara Bonvicini – La spiaggia di Mondello) 

Fumetti venduti a metà prezzo ed eventualmente ricomprati ad un quarto. Del vecchietto spiccavano le mani nodose con le quali toccava caramelle, giornaletti, giocattoli e quant’altro, perché alle 12,30  faceva una pausa e potete immaginare quei 10 minuti nella ritirata della Guardia medica, necessario e puntualissimo ristoro fisiologico. Solo molti anni dopo compresi il motivo per cui mia madre – che come molte madri gli aveva fatto la radiografia – mi impediva di frequentare il vecchietto oltre le 11,30. Grazie mamma, anche per questo.

Qualcuno lo chiamava zio Pippino, ma vi posso assicurare che a Mondello allora qualsiasi ambulante vestito con i vestiti invernali più leggeri e munito di coppola d’ordinanza, veniva chiamato zio Pippino. Si narra che nei primi anni ’80 abbia avuto un incidente di percorso per via di certe pubblicazioni (che Eva Kant scansati) incautamente vendute davanti al Don Bosco di via Sampolo, sua sede invernale. La cosa fece scruscio per qualche settimana, ma con l’arrivo dell’estate lo ritrovarono sempre lì, a cavallo della sua panchina a prolungare quel rito quotidiano che cominciava il 15 giugno e terminava il 15 settembre. Non saprei dire con precisione quando tutto ciò ebbe fine, ma fino alla prima metà degli anni ’80 il vecchietto fu il denominatore comune di bambini e adolescenti che misurarono il passare del tempo contando i solchi rugosi della sua fronte. Oggi Mondello ha cambiato volto. Non c’è più la Camst e l’arena Sirenetta, non c’è più la Lampara e la guardia medica. Non ci sono nemmeno i cortili di quella foggia che giustificavano, ma solo in parte, l’esistenza di una spiaggia blindata. E quell’albero, di fronte agli eredi del bar Lido, sembra assai più spoglio senza la Mv Augusta di un rosso sbiadito dalla ruggine, appoggiata al suo tronco. La sua corteccia frastagliata, le nostre rughe, il tempo che passa. E la memoria che fa il suo lavoro, sublime e bastardo.