Pizzo, bottiglie incendiarie e minacce di teste tagliate: clan dell’Acquasanta spietato

Dalle indagini della Guardia di Finanza emerge la terribile verità di una realtà dura a morire: quella degli spietati clan che continuano a esercitare pressioni soffocanti sui commercianti del capoluogo siciliano


Soprusi, prevaricazioni, minacce pesanti: una vera e propria pressione che il clan dell’Acquasanta, a Palermo, ha esercitato sui commercianti della zona. A ricostruirne l’operatività, nell’ambito dell’inchiesta “Mani in pasta”, che martedì ha portato all’arresto di 90 persone, la guardia di finanza. Dalle indagini vengono fuori i metodi durissimi adottati dai mafiosi che, per non danneggiare i titolari di negozi “amici” sarebbero arrivati anche ad imporre prezzi, orari di apertura, tipo di merce da vendere. Oltre all’utilizzo di durissimi metodi persuasivi. 

LA DURA LEGGE DEL CLAN

Purtroppo, come spesso accade, va evidenziata la desolante impotenza di chi, costretto a subire i continui taglieggiamenti, non riesce a trovare il coraggio per denunciare. Un modus operandi che, in un climax ascendente, ha visto i commercianti piegarsi a pagare il pizzo in seguito all’utilizzo di bottiglie incendiarie (ciò che hanno subito il titolare di una caffetteria di via La Marmora, quello di un negozio di ricambi moto di via Mattarella, oltre al titolare di un ristorante etnico di via Libertà). Colla, invece, per le serrature di due panifici, in via dell’Arsenale e in via dei Cantieri, nonché a un ristorante di via Mondello, con una succursale in via Montalbo. Gli esercizi commerciali erano talmente tanti che, in una occasione, Fabrizio Basile, uno degli indagati avrebbe sbagliato bersaglio, confondendosi tra due centri scommesse di via dei Cantieri e mettendo l’attak nelle serrature di quello errato. Ad avere contestato, dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dai sostituti Amelia Luise e Dario Scaletta, il reato di estorsione aggravato, oltre al Basile sono Giovanni Ferrante, il fratello Michele, il figlio Francesco Pio Ferrante, Pietro Abbagnato, Ivan e Roberto Gulotta, Sergio Napolitano, Fabio Chiarello, Giovanni Di Vincenzo, Liborio Sciacca, Domenico Passarello, Giuseppe Patuzzo e Giulio Mutolo.

PANIFICI NEL MIRINO

A subire danni anche un panificio di via Ruggero Loria, una rosticceria di via Thaon di Revel, una pizzeria di via Nicolò Spedalieri, una polleria di via Montepellegrino e un altro panificio di via Papa Sergio I. In questo caso non solo soldi in contanti. I boss avrebbero anche imposto ai diversi imprenditori di rifornirsi di farina, carta, sacchetti ed altro materiale per il confezionamento da aziende a loro vicine, come la “G-Pack srl”.

LA MINACCIA DI FARE SALTARE IN ARIA 

Pizzo anche nell’ambito edilizio, come nel caso di un cantiere in via Alessi. “Digli al principale che si va a mettere a posto – ha suggerito il Basile a un dipendente – dove si deve mettere, per oggi, domani mando tutte cose per terra!” In questo caso, metodi dunque ancora più persuasivi da parte dei mafiosi. Ma anche nel corso della festa dei defunti del 2017, i boss avrebbero imposto il prezzo di vendita dello “scaccio” ad un commerciante del mercato di via Montalbo.  Stessa cosa in occasione di due feste di quartiere, nell’estate 2016 e in quella del 2017, dove avrebbero preteso tasse di 100 o 150 euro dagli ambulanti che avrebbero montato le loro bancarelle all’Acquasanta.

IMPOSIZIONE DI ORARI 

“Non ti permettere di fare i pezzi di rosticceria perché noialtri lo sgarbo a quelli non glielo possiamo fare perché quelli sono amici… Puoi aprire, ti metti il pollo e pizza la sera e basta, il giorno devi stare chiuso, non devi aprire!”. Questo invece il tenore del messaggio recapitato al titolare di una polleria e pizzeria. In sostanza gli sarebbe stato intimato di non vendere rosticceria la sera e di tenere chiuso durante il giorno per non mettere in difficoltà un bar “amico”.

40 EURO O TESTA TAGLIATA

“Ti sto mandando all’ospedale, ti sto tagliando la testa e ci gioco a pallone!”. Infine la più pesante e impressionante delle minacce l’ha fatta Giovanni Ferrante ad un venditore abusivo di biglietti per continuare a fare il suo “lavoro”. Nella fattispecie una tassa di 40 euro a settimana imposta per lasciarlo lavorare in pace.  Infine, al titolare di una sala bingo di via Emerico Amari, Ferrante avrebbe invece imposto di pagare lo stipendio alla compagna, Letizia Cinà, anche se la donna non avrebbe mai lavorato nell’attività.