Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in una foto d'archivio senza data. ANSA / GIOSUE MANIACI
Esiste un filo sottile che lega la memoria storica della nostra città al suo futuro europeo. Questo filo è stato riavvolto dall’ISSPE (Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici) con la pubblicazione di un documento di straordinario valore civile: l’intervento che Paolo Borsellino tenne il 14 gennaio 1989 presso la Sala delle Lapidi a Palazzo delle Aquile. Il volume, curato da Francesco Paolo Ciulla, non è solo una trascrizione storica, e non è neppure una sbobinatura di un documento in sé lucidamente chiaro, ma è un manuale di educazione civica che oggi assume un valore quasi profetico, e di una tragica inestinguibile attualità.
“Forse il futuro è davvero già passato” scriveva Tiziano Terzani, in Un indovino mi disse, e l’intervento di Borsellino in quel convegno del 1989, intitolato significativamente “1992, in Europa senza mafia”, sembra esserne la conferma. Uno scritto dal valore premonitore, in cui il magistrato analizza i rischi legati a un anno che si preannunciava come un crocevia fondamentale per il destino politico ed economico dell’Italia. Il 1992 rappresentava infatti un anno cruciale per l’Europa, con la firma del Trattato di Maastricht e l’imminente completamento del mercato unico europeo. Ma oggi quello che doveva essere un fatto storico determinante per la vita di tutti noi passa in secondo ordine rispetto alle emozioni vissute e condivise in quell’anno tremendo. Borsellino non poteva sapere che quel suo intervento sul 1992 avrebbe riguardato l’anno delle bombe, l’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio. L’anno della morte dell’amico e collega Giovanni Falcone, l’anno della sua morte. Rileggere oggi quelle parole, pronunciate nel 1989, permette di cogliere la profondità della visione di un uomo che vedeva nella mafia un ostacolo alla civiltà non solo siciliana, ma continentale. “ Una sfida che lo Stato deve vincere in tempi rapidi perché è in grado di farlo, se non entro il 1992 [ …] almeno in tempi che ci consentano di affrontare la maggiore integrazione europea” diceva.
Borsellino scardinava l’illusione che la lotta alla criminalità organizzata potesse essere delegata esclusivamente alla magistratura. Gli strumenti repressivi per Borsellino non erano strumenti risolutori, crederlo, aggiungeva amaramente, significa imputare alla magistratura e alle forze dell’ordine il fallimento della lotta alla Mafia, perché lo Stato doveva affermare la sua forza in tutte le sue parti. Per il magistrato, la mafia non era un semplice fenomeno di delinquenza comune legato al traffico di droga, sebbene quest’ultimo ne garantisse la potenza economica. Ribadiva che l’organizzazione trae la sua vera forza dal controllo capillare del territorio e dalla capacità di agire come uno “Stato nello Stato”, inserendosi parassitariamente nei meccanismi di distribuzione delle risorse pubbliche. La visione organica di Borsellino si arricchisce con quella di Leopoldo Franchetti che già nel 1876 identificava le radici del fenomeno mafioso nell’assenza di un sistema credibile di giustizia, definendo la mafia come il “costo della sfiducia”, e nella capacità dell’organizzazione mafiosa di integrarsi nella competizione economica liberista, in un esercizio di violenza e controllo in cui bisogna “ fare fuori i rivali anziché competere onestamente”. Avvertiva che l’imminente apertura dei mercati europei e l’afflusso di nuove risorse avrebbero richiesto un’amministrazione trasparente; in caso contrario, il denaro pubblico sarebbe diventato un fiume su cui Cosa Nostra si sarebbe avventata con rinnovata voracità.
“La mafia è destinata sempre a perpetuarsi dettando la sua sostanziale immodificabile natura ai mutevoli aspetti della realtà socio-economica.” scriveva Borsellino, perché la mafia come diceva Leonardo Sciascia non imprende ma sfrutta, da parassita mortale. L’unica soluzione per sconfiggere la Mafia per Borsellino è avere uno Stato presente, in ogni suo aspetto, che significa innanzitutto avere una amministrazione locale efficiente.
L’opera si chiude con un appello accorato alla società civile e alle nuove generazioni: “Una sana ed ordinata vita civile questo aspettano le nuove generazioni che tutti ormai si dimostrano, anche clamorosamente, desiderose di vivere in un mondo diverso e migliore del nostro. Esse ci richiedono questi impegni e questi sacrifici.” scrive Borsellino.
Il libro, che include il resoconto dattiloscritto originale e un QR code per ascoltarne l’audio, ci restituisce la voce ferma di un uomo che, tre anni prima della sua morte, indicava già all’Italia e all’Europa la strada maestra per liberarci dall’organizzazione mafiosa.
La presentazione il 19 gennaio a Palermo
Il libro verrà presentato al convegno “LA MAFIA E IL POTERE” il 19 gennaio alle ore 17:00 alla Fondazione Società di Storia Patria, piazza San Domenico. Interverranno: Giovanni Puglisi – Presidente Fondazione Società Siciliana per la Storia Patria; Francesco Paolo Ciulla – Presidente ISSPE; Maurizio De Lucia – Procuratore Capo di Palermo; Fabio Trizzino – Avvocato famiglia Borsellino; Raoul Russo – Senatore, componente Commissione antimafia; Carolina Varchi – Deputato segretario Camera dei Deputati; modera : Fernando Massimo Adonia – Giornalista.
Articolo di di Floriano Franzetti
