Da Palermo a Lourdes, il viaggio del “Treno Bianco” tra speranza e umanità

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Un treno che diventa microcosmo, un’esperienza che inizia prima ancora di giungere alla meta. Il “Treno Bianco” di UNITALSI (Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e Santuari Internazionali), che per 120 anni è partito da Palermo alla volta di Lourdes, non è semplicemente la cornice entro cui si muovono i personaggi di “Chi sale sul treno”, il documentario di Valerio Filardo che verrà presentato al cinema Rouge et Noir di Palermo il 14 aprile. È piuttosto una metafora di una società in mutamento, un simbolo che porta con sé tutta una serie di valori universali – la solidarietà, la cura dell’altro, la fragilità umana, la forza che in essa si cela – che vengono trasmessi allo spettatore con un invito alla riflessione.

A bordo del Treno Bianco

Prodotto da Invisibile Film, insieme a Cinefonie, Apnea Film e Webreak, il documentario racconta il viaggio del celebre treno che attraversa l’Italia per portare a Lourdes malati, volontari e pellegrini. Un’esperienza che oggi rischia di scomparire, sopraffatta dalla velocità del mondo contemporaneo e dal declino delle pratiche religiose. Un viaggio che oggi appare anacronistico: la lentezza del treno – 50 ore circa per giungere a destinazione – si scontra col dinamismo della società odierna. Lo spettatore idealmente sale a bordo e vede dall’interno il mondo che nasce tra corridoi e cabine, comprendendo ben presto che “il pellegrinaggio non inizia quando arrivano a Lourdes – come spiega il regista Valerio Filardo – ma inizia proprio quando mettono piede sul treno, nella stazione di partenza che in questo caso è quella di Palermo”.

Ci imbattiamo così in alcuni personaggi: Rosella, volontaria instancabile e “memoria storica” del viaggio; Francesco, malato di distrofia muscolare che trova nel treno la sua unica occasione di libertà; Francesca, giovane medico, e Mimmo, ferroviere silenzioso. “Il documentario si concentra su alcuni personaggi che sono un po’ degli archetipi ma è un film corale al 100%”, sottolinea Filardo raccontando come, in fase di scrittura, si fosse palesata l’intenzione di dare spazio alle diverse tipologie di passeggeri.

Un’esperienza immersiva

Durante la narrazione, lo spettatore non scende mai dal treno e quasi finisce per assumere, per quanto possibile, il punto di vista del treno stesso: uno sguardo denso e ferroso che viene dal passato, che si posa interrogante sul mondo esterno fatto di cartelloni pubblicitari a LED e di catene di negozi identiche e anonime in ogni stazione. Il film diviene così non solo racconto di una pratica che rischia di scomparire ma riflessione su una crisi a più livelli.

“In primis nella chiesa – nota Filardo – con la pratica del pellegrinaggio che comunque è in crisi rispetto agli anni d’oro. Dal ‘piccolo’ passiamo a un concetto più grande di crisi della collettività, della socialità, del tempo andato che ci permetteva un tipo di socialità differente. Ci permetteva di parlare, di comunicare, di conoscerci. Adesso siamo proprio all’opposto e questo si vede anche nel treno: c’è questo tempo che è molto lento, mentre esternamente è tutto frenetico, veloce, con queste luci, questi negozi che passano, questi paesaggi che scorrono davanti ai finestrini”.

Un’esperienza vissuta anche dalla troupe in fase di realizzazione: “All’interno di questo viaggio vivi una sospensione dell’asse spazio-temporale. Sali a bordo, conosci la destinazione, ma tutto quello che avviene in mezzo non importa. Se hai, ad esempio, un ritardo e rimani un’ora bloccato in una stazione, quasi non te ne rendi conto. Nel film ho voluto rendere questa sensazione: c’è l’attraversamento dello Stretto, poi si torna indietro, appositamente ho voluto mischiare un po’ le carte proprio per sottolineare ancora di più questo spazio-temporale che diventa un plus, non è affatto un minus. Sei abbandonato in quella piccola società in movimento e alle sue pratiche, che sono l’unica cosa che scandisce il tempo. La distribuzione dei pasti, la messa, la processione, oltre ai passaggi logistici, scandiscono il tempo, ma per il resto il tempo non c’è”.

“Prendere il treno”

Un lavoro impegnativo che produce una narrazione che, come si diceva, non è mero racconto. L’ultimo viaggio del Treno Bianco parla infatti di una pratica che si appresta a scomparire, come gli stessi personaggi riferiscono, di una crisi del volontariato che imprime quasi un senso di urgenza alla narrazione stessa. L’ultima corsa è un invito a ripensare il valore della condivisione, della comunità, dell’esserci l’uno per l’altro.

“Nella narrazione c’è un senso di ‘pesantezza’ – osserva Filardo – ma è marginale e non perché ho voluto relegarlo ai margini, ma perché effettivamente nel viaggio è marginale rispetto a una gioia di vivere, una gioia di stare insieme, di fare cose. Forse è un po’ il bagliore di una speranza, no? Cioè, esiste comunque gente che continua a, per dirla in maniera metaforica appunto, prendere il treno invece di andare in aereo, esiste ancora questa gente che bisognerebbe forse tutelare”.



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