Giallo di Caronia: fondamentale stabilire chi è morto prima tra Viviana e Gioele

L’esito dell’autopsia chiarirà tanti punti oscuri della tragedia di Caronia

L’autopsia sui corpi di Gioele e Viviana ridurrà le ipotesi che gli inquirenti hanno finora fatto su quello che ormai è per tutti “il giallo di Caronia“.

Sarà importante stabilire le cause del decesso, anche se i corpi, soprattutto quello del bambino, sono stati ritrovati in un avanzato stato di decomposizione e martoriati dalla fauna locale. È stato già appurato, dalle prime analisi sul corpo di Viviana Parisi, che le ferite e le lesioni riportate sono “compatibili” con quelle di una caduta dall’alto, ma la compatibilità non dà la certezza. Un eventuale suicidio, tra l’altro, non avalla automaticamente l’ipotesi dell’omicidio. La donna, infatti, potrebbe essersi tolta la vita senza per forza aver condannato Gioele alla sua stessa fine.

Un elemento fondamentale, nella ricerca della verità, sarà lo stabilire se è morto prima Gioele o se prima di lui è deceduta la sua mamma. Perché se fosse morta prima Viviana verrebbe esclusa totalmente l’ipotesi dell’omicidio e a quel punto il giallo sarebbe ancora più intricato. Se invece è morto prima Gioele resterà fortemente in piedi l’ipotesi dell’omicidio-suicidio, anche se non si potrebbero escludere altre piste. Per esempio quella che porta ad un attacco di un branco animale. In un articolo di ieri vi abbiamo parlato di alcuni precedenti, tra cui un caso avvenuto 5 anni fa a 100 chilometri da Caronia, nel territorio di Cefalù, in cui un pensionato perse la vita dopo essere stato attaccato da un branco di cinghiali.

Non sarebbe esclusa neanche l’ipotesi che a spegnere le vite di Gioele e Viviana possa essere stata una terza persona, quindi ad un omicidio intenzionale.

Ma chi poteva avercela con una donna e un piccolo bambino? Si indaga anche sui movimenti fatti da quella mamma in quel tragico 3 agosto.

I FATTI FINORA APPURATI

Viviana è uscita di casa con Gioele, lasciando stranamente il suo smartphone a casa, per andare a Milazzo. Ma lì non si è mai recata. La dj ha imboccato l’autostrada per Palermo ed è uscita a Sant’Agata di Militello. Non ha pagato il casello, “inventando” al citofono dell’assistenza che non aveva soldi. In realtà, si scoprirà quando verrà rinvenuta la borsa, che Viviana aveva con sé ben 150 euro e non risulterebbe li abbia prelevati a Sant’Agata, in quei 22 minuti misteriosi in cui le due vittime sono state lì.

Il viaggio di Viviana e Gioele è proseguito verso Palermo per qualche chilometro, poi si è bruscamente interrotto in una galleria, dove l’opel della donna si è scontrata con un camion. Un incidente non grave, tanto che Viviana ha continuato la sua corsa per qualche centinaia di metri. Poi la sosta, obbligata, visto che uno dei 4 copertoni si era spaccato in seguito all’incidente.

A quel punto il giallo si infittisce: lei, col bambino in braccio, scavalcano il guardrail. Un giovane se ne accorge, prova a dirle qualcosa, ma Viviana non risponde e va dritta per la sua strada verso la ripida campagna. Nessuno la ferma, nemmeno la coppia di turisti che arriva successivamente sul luogo e che si limita a chiamare la polizia.

LO “STRANO” RITROVAMENTO

Il resto è il nocciolo del mistero, che si infittisce ancora di più quando viene rinvenuto il corpo di Gioele. A trovarlo è un ex carabiniere di Capo d’Orlando che ha risposto all’appello di Daniele Mondello, marito e padre delle vittime, che chiedeva su facebook l’aiuto di volontari per accelerare le ricerche. Giuseppe Di Bello, grazie al suo fiuto – come lui stesso ha dichiarato – ha scovato, in appena due ore di ricerche, i resti del piccolo a 200 metri dal luogo in cui era stata ritrovata Viviana, in una zona già battuta nei giorni precedenti da militari, agenti, vigili del fuoco, volontari e cani molecolari addestrati per rinvenire cadaveri.

TANTI LATI OSCURI 

Non sembrano esserci dubbi. Il corpo è dilaniato, probabilmente dalla fauna locale, ma lì vicino ci sono le sue scarpette e i brandelli dei suoi vestiti. È Gioele. Ieri peró è stato prelevato il dna del padre, per verificare che si tratti proprio di lui. Nulla puó essere lasciato al caso in questa indagine, che ha troppi lati oscuri da chiarire. In tanti hanno già sentenziato: la donna aveva dei disturbi mentali e, quindi, ha per forza fatto tutto lei, omicidio e suicidio. Ma la giustizia non puó essere archiviata con deduzioni più o meno logiche, servono prove concrete che possano accertare che la verità sia quella che al momento è solo immaginata. Per questo motivo il lavoro degli inquirenti non si ferma: la vastità di elementi da studiare è tale che probabilmente ci vorranno mesi per arrivare ad un punto di svolta, che consenta di capire cosa è veramente accaduto, in quei tragici giorni, in mezzo a quelle campagne desolate.