La storia degli “ultimi” nel nuovo romanzo “Ciuridda”: intervista a Giankarim De Caro
Lo scrittore palermitano torna in libreria con Navarra Editore. Tra fedeltà storica e potere dell’immaginazione, un viaggio nei vicoli e nei borghi di una memoria magica e crudele.
Secondo la celebre lezione dello storico Jacques Le Goff, la vera storia non si fa solo con i grandi nomi e i grandi eventi, ma interrogando la vita dei marginaux, di coloro che la storiografia ufficiale ha lasciato nell’ombra. È lì, infatti, che si nasconde la mentalità profonda di un’epoca. Lo scrittore palermitano Giankarim De Caro sembra aver fatto propria questa lezione, traducendola in una cifra letteraria personalissima e potente. Nel suo percorso letterario, sempre al fianco di Navarra Editore, De Caro dimostra che dove si ferma il documento storico deve iniziare l’immaginazione. La sua è una scrittura senza sconti, che mostra la sofferenza senza filtri, ma sempre illuminata da una straordinaria umanità. Dopo il successo di Malavita, l’autore torna in libreria con Ciuridda, un romanzo intenso in cui la Sicilia del Cinquecento si fa palcoscenico di riscatto e resistenza. Lo abbiamo incontrato per Palermo Live.
L’intervista a Giankarim De Caro
Ciuridda ha un’ambientazione storica ben precisa. Cosa ti ha spinto a scegliere proprio il XVI secolo per questo romanzo?
Una serie di casualità. Un perdersi con la macchina e finire per caso in un posto in provincia di Messina: Borgo Salvato, come l’ho chiamato io nel libro, che in realtà è Borgo Pantano. Lì ho scoperto che dal 1200 al 1600 questo borgo era abitato da una comunità di donne che curavano i reduci delle Crociate. Spesso gli uomini morivano, altre volte venivano salvati da questa medicina arcaica, lasciando i figli alle donne del borgo. Le femmine restavano nel villaggio, i maschi venivano affidati al paese vicino. Inoltre, da lettore accanito di Luigi Natoli, ho sempre sentito questo modo di raccontare la storia molto vicino al nostro essere siciliani. Con tutto il rispetto per I promessi sposi, dove Renzo si affida alla Provvidenza, i personaggi dei Beati Paoli si affidano al coltello per difendersi. È una reazione che sento molto più vicina alla cultura che ci viene inculcata sin da ragazzi: questa lotta continua con la natura, il sole forte, il sale nell’aria, la vicinanza col vulcano e il nostro rapporto unico con la morte.
Nel romanzo Borgo Salvato è un luogo abitato da sole donne, curatrici libere bollate come streghe. Qual è il ruolo e il valore simbolico della figura femminile nella tua narrazione?
La figura femminile è madre, e la donna è sempre stata egemone sull’uomo. Per motivi d’apparenza è stata spesso delegata a stare un passo indietro, ma nelle famiglie, sin dai tempi più antichi, la donna ha sempre avuto il controllo di tutto e ha sempre comandato in casa. L’uomo è sempre stato un elemento di passaggio, distratto da valori effimeri; la donna, sapendo di avere il ruolo di madre, o potenziale madre, ha sempre cercato di costruire. A Borgo Salvato l’uomo non è presente, e quindi queste donne ricoprono tutti i ruoli. Sono donne profondamente libere perché conoscono la libertà e non permettono a nessuno di togliergliela, se non con la violenza.
La tua scrittura non consola: è un “pugno allo stomaco” che evita ogni forma di pietismo. Questa tua crudezza senza filtri è anche una scelta politica?
La vita non fa sconti. Se facciamo un esame di coscienza vediamo che, come era difficile all’inizio, è difficile anche adesso. Qualcuno ha definito la mia scrittura “crudista”, dicendo che per me bisognerebbe coniare questo termine anziché accostarmi al verismo. Evito le rassicurazioni perché raccontare la realtà per quella che è rappresenta per me un dovere di verità verso chi legge e verso i personaggi che racconto.
Richiamando la lezione di Le Goff, il romanzo brulica di figure minori che danno voce ai margini della società. Come riesci a restituire a questi personaggi una dignità così profonda e universale?
Dando loro la parola attraverso l’azione e la sopravvivenza. I personaggi minori non sono comparse: rappresentano la struttura portante della memoria. Non c’è bisogno di edulcorare la loro condizione; la loro dignità emerge spontaneamente nel modo in cui affrontano le ingiustizie, il dolore e la lotta quotidiana contro un potere oppressivo come quello dell’Inquisizione.
Il tuo siciliano non è un decoro per fare “colore locale”, ma una lingua fisica che nasce dai corpi. Come hai lavorato su questa parlata che per i tuoi personaggi è urgenza e sopravvivenza?
Il dialetto non è un ornamento folcloristico, ma l’unica lingua con cui quei personaggi potevano esprimere la propria urgenza di vivere. Ho cercato di restituire una parlata viscerale, visiva, che scaturisce direttamente dalle loro necessità corporali ed emotive, senza mai tradire la veridicità dell’epoca.
Chiudiamo sul tuo storico legame con Navarra Editore. Con “Ciuridda”, che rappresenta il tuo sesto romanzo pubblicato con questo editore — dopo “Malavita”, “Fiori mai nati”, “Chianchieri”, “Agatina senza pensieri” e “Romanzo tascio-erotico siciliano” — in un mercato che spesso smussa gli angoli per vendere, quanto è stata vitale la spalla di un editore indipendente per proteggere la tua libertà di scrivere senza compromessi?
Pubblicare con un editore indipendente come Navarra significa avere uno spazio di libertà assoluta. Quando non hai la pressione di dover piegare le storie alle logiche rassicuranti del mercato di consumo, puoi permetterti di dire la verità fino in fondo e sferrare quei “pugni allo stomaco” necessari per risvegliare le coscienze dei lettori.
di Floriano Franzetti
