Dall'Italia

Suicida giovane accusato di razzismo: “Nostro figlio travolto dall’odio “

«Era una persona burbera ma se poteva dava una mano. La versione del razzista xenofobo che insegue persone di colore era lontana anni luce da lui». Questo il commento di ragazzi tunisini, marocchini, albanesi, nigeriani, persone che avevano lavorato con Nicola Mina e che erano state aiutate da lui in momenti di difficoltà. Gente rimasta allibita dal gesto estremo compiuto dal 28enne di Comelico (Belluno) a pochi giorni dal processo che lo vedeva alla sbarra per tentato omicidio nei confronti di un venditore ambulante di origini senegalesi. Un gesto premeditato perché, due mesi prima, si era addirittura pagato il funerale. Chi lo conosceva da vicino lo descrive come introverso, a volte burbero. Ma dietro quella scorza si nascondeva in realtà un ragazzo fragile. Un giovane incapace di resistere alla terribile gogna mediatica scatenatasi, capace di travolgerlo come uno tsunami, accusandolo di xenofobia.

I GFENITORI: “CHE LA MORTE DI NICOLA NON SIA VANA”

«Certo aveva sbagliato ed era pronto a pagare la giusta pena per il suo errore – scrivono i familiari –. A questo punto è doveroso riflettere sulle conseguenze di una gogna mediatica in cui non c’è difesa per chi ne rimane stritolato e che andrebbe perseguita per il bene di una società civile». E concludono: «Auspichiamo che questo tragico epilogo sia di monito per il futuro nella speranza che ci sia più umanità e rispetto per tutti coloro che possono aver sbagliato ma che non devono essere sottoposti a condanne mediatiche insensate che distruggono la loro anima e la loro vita come pure quella dei loro cari».

COME IL CALCIATORE ETIOPE SEID VISIN

Anonimi dei leoni da tastiera che, in un momento delicato, hanno cominciato a scavare dentro di lui con la vanga del razzismo e a lasciargli sempre meno spazio, finché non è stato più in grado di respirare. La storia assomiglia in parte a quella di Seid Visin. Il calciatore ventenne di origine etiope che qualche giorno fa si è suicidato a Nocera Inferiore (Salerno). Entrambi sono stati avvolti dal fango del razzismo (anche se al contrario). I genitori di Seid hanno parlato di «strumentalizzazione» delle parole del figlio. Aggiungendo che «il suo gesto estremo non è derivato da episodi di discriminazione razziale».

LA LETTERA – Anche nel caso bellunese è la famiglia di Nicola Mina, tramite una lettera, a spiegare ciò che è accaduto: «La risonanza mediatica e tutto l’odio social che gli è piovuto addosso l’hanno portato a una sofferenza interiore ed esistenziale. Sofferenza da cui non è riuscito più a liberarsi fino ad arrivare al pensiero che togliersi la vita sarebbe stata l’unica soluzione». L’avvocato Danilo Riponti, che avrebbe dovuto assistere il giovane durante il processo, parla di una famiglia «con il cuore spezzato». Stravolti prima dalla coltellata all’ambulante e dalle inevitabili conseguenze di quel gesto e distrutti poi dal suicidio del figlio. «Pur con un dolore atroce e ormai invincibile nel cuore – spiega Riponti – sentono il dovere morale di restituire a Nicola una verità diversa da quella emersa finora. Non vogliono creare contenziosi ma far capire che un singolo commento può distruggere la vita delle persone».

Il bar di San Pietro di Cadore davanti il quale Nicola Mina ha accoltellato un venditore ambulante senegalese

UNA TRISTE VICENDA

 Il fatto da cui trae origine questa storia dolorosa risale all’agosto 2020. All’interno di un bar, a San Pietro di Cadore, scoppia un lite tra Nicola Mina e un venditore ambulante di 47 anni, senegalese e residente nel Trevigiano. I due escono all’aperto, volano insulti e al culmine della discussione il giovane tira fuori un coltellino e ferisce l’uomo all’addome. Viene chiamata un’ambulanza. Il taglio non è mortale e il 47enne si riprenderà. Nel frattempo se ne apre un’altra di ferita, più interna, perché Nicola riceve una valanga di insulti sui social che lo descrivono come un “giovane razzista e violento”.

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Redazione PL