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Ragazzo morto dopo intervento per appendicite, ospedale di Catania condannato a risarcimento milionario

L’ospedale Garibaldi di Catania condannato a risarcire col pagamento di circa 2 milioni di euro sei componenti della famiglia di un ragazzo di 29 anni morto il 28 gennaio 2016 dopo un intervento chirurgico di routine. Il paziente, in buone condizioni di salute, viene ricoverato d’urgenza presso l’Ospedale Garibaldi con diagnosi di appendicite acuta con peritonite nella notte tra il 27 e il 28 gennaio di sette anni fa. L’intervento chirurgico viene eseguito senza apparenti complicazioni. Ma nelle ore successive, il giovane lamenta forti dolori post-operatori. Gli viene somministrata mezza fiala di Toradol per via endovenosa. Pochi minuti dopo, l’impensabile: il paziente perde conoscenza, va in arresto cardiaco e, nonostante i tentativi di rianimazione, muore alle 4:25 del mattino. Lascia la moglie, di soli 23 anni, e due bambine in tenerissima età: una di appena 20 mesi e l’altra di soli 4 mesi.

Dalle carte processuali emerge un dato agghiacciante – spiega l’avvocato Raimondo Cammalleri che insieme alla collega Rossella Danile ha difeso la famiglia del 29enne -, nonostante il giovane fosse monitorato e avesse manifestato sintomi critici post-operatori, la prima verifica del ritmo cardiaco è avvenuta solo 15 minuti dopo l’arresto. Un’eternità. Secondo i periti, un intervento entro i primi minuti avrebbe garantito al giovane una probabilità di sopravvivenza superiore al 50%. La perizia ha stabilito che “qualora si fossero applicate correttamente le raccomandazioni previste dalla più accreditata letteratura scientifica e dalle Linee Guida sul trattamento dell’arresto cardiaco, si sarebbe potuto evitare il decesso con elevato grado di probabilità”. Secondo gli studi scientifici citati, infatti, se la defibrillazione viene effettuata entro 6 minuti dall’arresto, la sopravvivenza si aggira intorno al 50% dei casi. Il ritardo nell’attivazione delle procedure di emergenza, la mancata immediata valutazione del ritmo cardiaco e, soprattutto, l’omesso utilizzo del defibrillatore hanno inciso in modo causale sull’esito fatale”.

“In corsia c’era un paziente in arresto cardiaco. Ma di una defibrillazione non c’è traccia”, sottolinea con fermezza l’avvocato Cammalleri che ha assistito i genitori e la sorella della vittima. “È questo uno dei passaggi più rilevanti che emerge dalla sentenza: nessuna scarica elettrica, nessun utilizzo del defibrillatore, nonostante si trattasse di un presidio salvavita decisivo. Se il defibrillatore era disponibile, perché non è stato utilizzato? E se non lo era, perché nessuno lo ha segnalato? Purtroppo Oggi non serve più sapere se il dispositivo fosse rotto o assente; ciò che conta è che non è stato usato quando la vita di un ragazzo era appesa a un filo. La sentenza accerta non solo una condotta omissiva inescusabile ma certifica la dimensione del fallimento di un sistema sanitario allo sbando”.

“Questa sentenza rappresenta un risultato straordinario non solo per la famiglia”, dichiara con soddisfazione l’avvocato Rossella Danile del Foro di Catania, che ha assistito la vedova e le piccole figlie. “Non si tratta solo di un risarcimento economico, per quanto rilevante: è il riconoscimento della dignità di una famiglia distrutta da errori che potevano e dovevano essere evitati. L’importo del risarcimento, superiore ai 2 milioni di euro, è significativo e testimonia la gravità delle conseguenze di questa tragedia. Due bambine sono cresciute senza padre, una giovane donna è rimasta vedova a 23 anni, una famiglia è stata distrutta. Il riconoscimento economico è proporzionato all’enormità del danno subito “.

“Il risarcimento, per quanto elevato, non potrà mai restituire un padre alle sue bambine, un figlio ai suoi genitori, un fratello a sua sorella”, conclude l’avvocato Cammalleri. “Ma questa sentenza rappresenta un atto di giustizia che la famiglia attendeva da anni. E, soprattutto, un monito severo affinché tragedie come questa non si ripetano più”. La sentenza, pubblicata il 9 gennaio 2026, conclude un iter giudiziario durato quasi sette anni.

La posizione dell’ospedale Garibaldi: “Faremo appello”

La direzione strategica dell’ospedale Garibaldi di Catania ha fatto sapere che “sulla scorta di una disamina approfondita della sentenza e degli atti di causa la pronuncia è affetta da vizi di natura sia procedurale che sostanziale e l’azienda ha già dato mandato ai legali di proporre appello”.

 

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Redazione PL