Il paradosso sconcertante, le negano la chemio per il Covid e muore

Kelly Smith era una giovane donna britannica, estetista di 31 anni, madre di un figlio di 6 anni. La sorte decide di accanirsi consegnandole un tumore all’intestino. Tre anni contornati da cicli di chemioterapia ed immunoterapia.

Fin quando l’ospedale a marzo di quest’anno non le comunica l’interruzione della terapia a causa della pandemia. Lei intuisce il suo triste destino e dichiara di aver paura di morire per via di questa decisione. Gli appelli dei suoi genitori sono inascoltati, come un sordo che non vuol sentire. Ormai è solo un numero, anche perché i riflettori sono puntati su tutto ciò che gira attorno al virus. Tutto il resto è dannatamente giustificabile. Muore tre mesi dopo, a giugno.

Ecco l’emergenza. Ecco l’abbandono di pazienti come Kelly, per fare posto ai malati di Covid.

Pensate che il problema di Kelly sia unico nel suo genere? Certo che no. C’è Beth Purvis, 41 anni e due figli. All’ultimo momento le hanno annullato l’operazione di asportazione del tumore al polmone, che nel frattempo si è diffuso anche al cervello.

Pensate non riguardi l’Italia? Prego, accomodatevi. Uno studio dell’University College di Londra, pubblicato sulla rivista Plos One, infatti, ha sottolineato come tra gennaio e aprile in Lombardia sono stati registrati 24 mila decessi in più rispetto alla media degli anni scorsi, ma solo 14 mila di queste risultano collegati al coronavirus. Oltre 10 mila sarebbero morti indirette, cioè di persone che o non sono mai state sottoposte a tampone, o che potrebbero essere decedute visti i ritardi e le difficoltà dell’accedere all’assistenza sanitaria, a rischio collasso per l’emergenza.

Tragedie come quelle di Kelly potrebbero essere evitate. Sì, probabilmente anche in Italia. Perché essere in stato d’emergenza non significa accantonare tutto e dedicarsi esclusivamente a tutto quello che sia collegato al Covid.

Oggi un malato di cancro carica un aggiornamento al proprio corso di sopravvivenza: quello di essere dimenticati a causa del virus. E in bocca al lupo. Pronunciare la tipica frase “fin quando non sarà troppo tardi” non è neanche concesso poiché, in realtà, tardi lo è già da marzo. Fino a quando qualcuno dall’alto si sveglierà.

Qui siamo come in una situazione di guerra silente. Riecheggiano le parole rilasciate a marzo al Corriere della Sera da Christian Salaroli, anestesista rianimatore a Bergamo: «…Negli ospedali siamo come in guerra … Si decide in base all’età e alle condizioni di salute …». Non siamo come a marzo, ma l’indifferenza sanitaria verso i pazienti retrocessi in serie B – quando prima lottavano loro malgrado per un posto più considerato nella serie A dei malati, per usare un eufemismo sportivo – quella sì che deprime.

Published by
Affiance Service